martedì 27 maggio 2008

IL CORPO DELLA PITTURA


IL CORPO DELLA PITTURA: intervista con Roberto Floreani
di Domenico D’Oora


Il titolo Gerarchie Spirituali che hai scelto per la tua seconda mostra personale presso la galleria Folini Arte Contemporanea è decisamente in controtendenza rispetto alla consueta vacuità del pensiero debole, ormai generalmente riscontrabile: quando e da dove nasce il tuo progetto?

Il progetto che sottende la mostra è una caratteristica che mi accompagna da oltre vent’anni. E’ una sorta di cautela, di rassicurazione mentale per il forte impegno, anche fisico, che mi attenderà dopo, quando comincerò a realizzare le opere. Questo progetto si divide in due parti: la seconda riguarda la fascinazione per un territorio, il Ticino, che, anche grazie all’amicizia con Renato Folini, comincio a conoscere bene e ad apprezzare. La prima parte del progetto, Gerarchie Spirituali, nasce da altre suggestioni, più legate ad un ragionamento introspettivo. Essere in controtendenza appartiene a quel bagaglio indispensabile d’inattualità che l’artista deve sapersi portare appresso, per cui oggi penso sia più innovativo dedicarsi al canto gregoriano che non fotografare la violenza nelle strade.

E’ un progetto simile a “Ottantuno” del 2005, dove indagavi sullo Spirituale nell’Arte, o questa volta ti sei spinto oltre?

La tematica di fondo è analoga, anche se in questo caso l’occasionalità e la profondità sono, ad ultima analisi, due facce di una stessa medaglia. Mia figlia minore frequenta le scuole medie presso una scuola Waldorf, che segue con rigore il metodo pedagogico legato al pensiero di Rudolf Steiner. Da un lato c’è quindi l’occasione della frequentazione della biblioteca della scuola, che offre la collana completa della Editrice Antroposofica di Milano, dall’altro c’è la presenza di un ambiente fortemente improntato alla dimensione “interna” dell’individuo, il mobilio autocostruito nel laboratorio, una luce che attraversa le stanze, realizzate completamente in legno chiaro, che infonde all’ambiente una sorta di aura cromatica rassicurante, la particolarità delle sculture e dei disegni dei ragazzi, oltre alla tipicità di una mensa interna che segue una dieta povera e d’impronta vegetariana. Un’occasione di vita, quindi. Una suggestione complessiva che deriva dalla forte presenza del pensiero di Steiner, fondatore dell’Antroposofia, che crede nella ciclicità dell’esperienza e vede l’uomo come punto nodale del divenire.

Un progetto molto ambizioso?

Non è sicuramente questo l’aspetto che mi ha motivato in questa ricerca. Il paradosso del vivere odierno ci porta a condurre vite di una complessità spesso insostenibile e, simmetricamente, alla frenesia di definirle nel modo più banale possibile. In realtà, la ricerca del proprio io, anche se necessita di ascolto e dedizione, è la cosa più vicina a noi, la cosa più prossima da recuperare perchè decisiva per la qualità della vita.

Non bisogna quindi avere paura delle parole

E’ comprensibile che ci sia una certa resistenza dinanzi all’abbinamento di gerarchia con spirituale. Ma l’attitudine al complesso, vissuto senza la presunzione del messaggio più o meno alto, privato quindi della supponenza classica dell’intellettuale nei confronti del resto del mondo, penso possa essere vissuta con estrema naturalezza. Per me, ad esempio, fa parte della mia realtà più frugale, quella che mi consente poi rapporti umani anche straordinariamente semplici. E’ quindi una ricerca delle ragioni dell’esistenza e non solo una rincorsa alla vita-vissuta.
Non credo che ci si debba fermare troppo a lungo alla prima impressione delle cose. Mi è capitato infatti di cogliere messaggi straordinariamente semplici in volumi dai titoli roboanti. Ad esempio negli atti della Triennale del 1951 titolati La Divina Proporzione (non so se mi spiego..), con interventi di Le Corbusier, Lucio Fontana, Gillo Dorfles, Ignazio Gardella, Pier Luigi Nervi, Gino Severini, Georges Vantongerloo, Bruno Zevi…un gotha di pensatori da mettere i brividi, ho trovato un pensiero dell’artista svizzero (ancora la Svizzera..) Max Bill semplicissimo e illuminante: Attraverso i suoi tentativi, l’uomo cerca l’armonìa corrispondente alla sua natura personale… nella consapevolezza di essere unito all’universo. E ancora, sul perché l’uomo ricerchi costruzioni basate su misure esatte e si organizzi in spazi misurabili : Perché così tenta di proteggersi contro l’ignoto, contro l’incerto..
Dipingendo, credo anch’io nell’esistenza delle Gerarchie Spirituali, dove il noto si alimenta anche di una parte meno in vista, che bisogna ricercare con l’ascolto, la pazienza, la dedizione, come nell’antichissima tradizione dell’uomo.

Un’apertura alla complessità che dovrebbe avere ogni uomo quindi, senza preconcetti

Certo. Come dicevo prima, il complesso, se ascoltato, si dipana e può divenire la ragione prima di ogni esistenza, nei suoi aspetti essenziali, quelli che dovrebbero essere poi la ragione di tutti gli altri, la loro prima motivazione.

In quello che dici c’è molto rispetto per il pensiero di altri. Quali sono le conoscenze che hanno, in qualche modo segnato la tua vita d’artista?

Ho avuto la fortuna di ricevere molte cose, dalle persone più varie. L’amicizia e la considerazione del musicologo Piero Buscaroli, così come il mal d’Africa del mio amico meccanico Danilo, la disponibilità del fisico nucleare Alberto Guglielmi, mio compagno di banco a scuola e l’antica misura del mio istruttore di judo Giancarlo. In àmbito professionale ricordo la stima ricevuta da Giuseppe Santomaso, morbido maestro che condivideva con me le origini veneziane e l’amore per le tonalità cromatiche basse, lacustri, poi sicuramente la forte attenzione di Alberto Burri con cui convenivo anche su altri aspetti umani e caratteriali, il rapporto elettivo con Mary de Rachewiltz, figlia e interprete prima del pensiero e dell’opera di suo padre Ezra Pound, la stima di Vittoria Marinetti, primogenita di cotanto padre, cui mi sento inspiegabilmente legato da sempre, quasi reincarnatomi da un trascorso futurista. Aspetto questo che rappresenta anche il giocoso incubo delle mie figlie Ludovica e Beatrice e di chi mi sta accanto.

Tornando alla mostra: il tuo lavoro che nuove forme ha assunto?

La novità più evidente è la presenza più marcata del colore nelle opere. Non solo per le accensioni cromatiche che si stagliano dalle basi omogenee e nemmeno per la vivacità delle Flags, ma soprattutto per la presenza di cromìe del tutto nuove, come i rossastri (Pòlline-al rosso), i rosati (Ritorno a casa-l’amore immaginato o Decima Gerarchia, i grigio-azzurri dei Finali di Partita. In particolare i rosati, che sembrano vibrare dal fondo, nascono da un procedimento quasi alchemico, dove la pasta bianca dei riquadri assorbe dalla base sottostante una sorta di luce interna.

Paul Klee ha affermato “Io sono il mio stile”: quali sono le ragioni di queste novità e sono esse necessarie?

Dipendono dall’urgenza della pittura, dalla sua possente energia. Da nient’altro. E, nel caso specifico di questo progetto, dalle forti motivazioni intrinseche alla tematica scelta, che mi hanno probabilmente obbligato a guardarmi dentro nel profondo.

Roberto, noi artisti, noi pittori, ben sappiamo che nel mondo dell’arte, a causa della sempre più accentuata destinazione ad una funzione d’intrattenimento di massa, è calata una genìa di personaggi il cui unico fine è quello di trarne il maggior profitto economico. Ne consegue che la pittura, proprio per il suo essere, al contrario, uno strutturato sempre autentico e veritiero, specchio dell’anima e della posizione che l’autore assume nel suo divenire rispetto alla contemporaneità e altresì nei confronti dei fini ultimi dell’esistenza, viene emarginata dall’impiego di mezzi molto più adatti alla costruzione di eventi meramente spettacolari.
Quindi vorrei chiederti: per Floreani individuo, per la tua vita, cosa significa la pittura?

Il contemporaneo più stretto di cui parli presume di alimentarsi da un lato dall’intransigenza dell’avanguardia e dall’altro dal consenso del mercato, diventando troppo spesso una cosa grottesca e inattendibile. I migliori artisti del Novecento, per restare nell’àmbito delle avanguardie storiche, precorrendo i tempi con le loro intuizioni (sempre straordinariamente motivate e, per questo oggi indecorosamente saccheggiate) erano, naturalmente, inattuali al loro tempo; il consenso allargato arrivava poi, quando la Storia ne prendeva coscienza. Quindi oggi un certo tipo di pittura in realtà non viene emarginata, gioca semplicemente un gioco diverso.
Per me la pittura è una strada da percorrere, una scelta che accompagna ogni attimo dell’ esistenza. Anche quello più inconsapevole e distante. Condividendo l’opinione di Francis Bacon, credo anch’io che l’idea romantica dell’ispirazione come attimo sublime e distintivo non esista. Esiste la vita con la pittura. Il lavoro. La pittura che mi chiede un tributo molto alto, una dedizione costante, impegnativa, senza sconti, e, proprio per questo, mi rende il miracolo di potermi sentire a volte realizzato. Senza mai pacificarmi.

C’è una misura di questa tua dedizione?

Credo che la misura sia legata banalmente anche alla tecnica che mi sono inventato per pura necessità espressiva, nella ricerca di un modo che fosse simultaneamente anche il corpo della pittura. Misura legata alle giornate dedicate alla manovalanza indispensabile per l’intelatura, per la preparazione stratificata (4, 5 livelli differenti) delle basi, all’avvicinamento progressivo alla tematica dell’opera agendo sulle mascherature, sulle sovrapposizioni, sulle colature, già struttura pensante del lavoro. E altre mascherature, poi le losanghe, poi i concentrici.. Poi l’annullamento delle 7, 8 basi con la stesura della monocromìa nera. Una ripartenza da zero. Una ripartenza dalle origini dell’astrazione, dall’idea suprematista del Quadrato Nero di Malevic. Un azzeramento che dura cento anni. E la stesura dell’acqua e delle terre diluite, la sua scolatura dopo la sedimentazione dei fondi. La pazienza dell’asciugatura, le giornate nell’attesa della risposta della materia, delle tracce affioranti delle basi…poi, carpìta l’essenza di quel che appare, l’introspezione dello scavo, il ritorno verso il centro nero dell’opera. Linea per linea, arco per arco, quadro per quadro..uno alla volta. Una vita insieme, senza l’asfissìa della quotidianità, il ritmo ossessivo di un lavoro subìto.

E il resto della vita?

Assolutamente presente. Indispensabile. Vorrei riuscire ad essere quel che faccio, quindi una cosa deve imprescindibilmente alimentare l’altra. Gli affetti prima di tutto, la natura, la pratica. La pittura sviluppa e risolve il mio modo d’essere, ma solo a condizione che garantisca il rientro di ritorno, per non correre il rischio di diventare autoreferenziale, asettica, sterile, rettilinea.

Circolare quindi

Dopo venticinque anni di convivenza, il mio rapporto con la pittura può essere considerato da un lato un’urgenza (senza orari) e dall’altro una componente interna connaturata col mio modo d’essere. Intensissima ma rasserenante. Tuttavia l’esito finale del quadro mi emoziona solo raramente più del procedimento che mi ha portato a quel risultato..ho vissuto ogni istante del suo divenire, l’ho sentito crescere, ne ho intuito gli sviluppi, l’importanza attimo per attimo, l’originalità rispetto ad altri che l’hanno preceduto… subito seguìto dallo sviluppo di altri quadri che si giovano di questa emozione, continuamente travasata nel pensiero successivo, circolarmente. Questo per quanto riguarda specificamente la dinamica della costruzione di un progetto.


Nonostante la sua apparente compostezza, nella tua opera si percepiscono sempre attese, tensioni, scarti, profondi sommovimenti di stratificazioni culturali, di rimandi letterarii..

Sono legatissimo alla lettura, alla necessità quasi rabdomantica di darmi nuovi stimoli, di alimentare una curiosità da Fanciullino pascoliano che mi sento sempre fremere dentro. Attraverso la pittura, ma molto anche nella frequentazione asistematica di alcuni luoghi d’elezione che coltivo da sempre, legati all’infanzia, ad esperienze importanti di vita, a passaggi decisivi. Come quello in Ticino, ad esempio. Amo la montagna, la sua leggerezza, la sua durezza.

Sì..ho l’impressione che se le montagne, i nostri preistorici, ghiacciati Grigioni, dipingessero, dipingerebbero come te…ami viaggiare?

Non sono un viaggiatore particolarmente incallito. Amo l’Italia, l’Europa, l’ampiezza degli Stati Uniti, una sorta di Europa travasata altrove. Amo soprattutto il viaggio cui corrisponda un’esperienza vissuta…e amplio quest’orizzonte con molta attenzione.

E al tempo, al suo senso?

Nel 1994 ho titolato il mio primo, importante progetto museale “La Casa e il Tempo”, cioè i due riferimenti più vicini al mio sentire di allora…quindici anni dopo, valicato il millennio, passati dall’Età dei Pesci alla sconosciuta età dell’Acquario, cerco di vivere una sorta di “presente allargato”, con una forte consapevolezza del presente determinato dall’esperienza del passato…per cui il futuro è ora…

Anche questa mostra è un viaggio d’elezione?

Certo. Legato ai luoghi, alle persone, alle emozioni.

Tornando alla mostra. Anche le basi presentano delle novità..

Ogni progetto importante mi motiva al punto da stimolare in me una sorta di sfida al superamento di quanto conosco, un motivo particolare, straordinario. Lavorando alle mostre personali quasi sempre con un progetto sottostante, molto spesso alle esposizioni ha corrisposto la nascita di una nuova serie di opere che poi ho sviluppato negli anni. Così è stato per le grandi ruote dei Mondi Sensibili, realizzati dal ’97, data dell’antologica alla Casa dei Carraresi di Treviso, poi per le velature dei bianchi e le nuove basi materiche ad acqua, elaborate per la grande mostra Memoria alla Galleria del Credito Valttellinese di Milano nel ‘99, poi per i Concentrici, presentati alla mostra al Museo Revoltella di Trieste del 2003 e le illuminazioni delle Flags, che hanno caratterizzato il tour europeo dello scorso anno. Fino ad oggi, con la serie Finale di Partita, concepita per il mio Passaggio in Ticino.

Ma già nel 2005 avevi presentato una mostra da Folini..

Avevo optato con Renato Folini per una mostra con lavori selezionati, rappresentativi dei vari periodi, ma già fissando ad oggi, due anni dopo, la realizzazione di un progetto ad hoc, una volta assimilato il respiro del territorio, delle persone, delle cose. Una volta ascoltata la natura dei luoghi e ascoltato quel che avevano da dirmi.

La tua arte è astratta, non appare come una fantasia privata, bensì pone delle immagini sui cui pensare; queste si presentano non come il fine ultimo della fruizione bensì il suo tramite, un’analogìa, mimesi di qualcosa d’invisibile, ma non per questo meno reale..

Credo che l’astrazione, grande novità del Novecento e quindi dell’Era Moderna, garantisca un livello assoluto di libertà non solo per l’autore ma anche per il fruitore dell’opera, che può ritrovarcisi dal versante che preferisce. E anche nel rifiuto completo del fruitore dinanzi al non riconoscibile, alla fine si può produrre quel vuoto che lo risucchia inconsapevolmente altrove. Per questo l’aspetto simbolico è molto distante dal mio fare pittura: le mie opere sono lì per come sono dipinte e la loro forza, se c’è, è di portare comunque il lettore da un’altra parte. La sua.

Certo. Ora però ascoltiamo il respiro della tua pittura.

Ascoltiamo. Sperando che parli.

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